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Anno: 1983
Regia: Carlo Verdone
Sceneggiatura: Franco Ferrini, Carlo Verdone, Enrico Oldoini
Fotografia: Danilo Desideri
Musiche: Fabio Liberatori, Stadio
Attori: Carlo Verdone, Natasha Hovey, Florinda Bolkan, Elena Fabrizi, Fabrizio Bracconeri, Christian De Sica

E’ il film che segna il “vero” inizio della collaborazione tra me e Carlo. Quella di Borotalco era una colonna sonora eterogenea, qui invece ho avuto l’occasione di comporre una musica uniforme e meglio aderente alle immagini del film.

Inoltre Acqua e sapone ha determinato quella che sarebbe stata la nostra metodologia di lavoro: Carlo prima mi fa ascoltare una serie di brani musicali che gli piacciono particolarmente, poi mi chiede di catturarne l’essenza, l’atmosfera, le suggestioni. Mi indica quale tipo di suono o strumento vorrebbe in questa o quella scena e io devo rielaborare il tutto, cercando di avvicinarmi il meglio possibile a quelle sonorità. Lui è fatto così, in un certo senso deve sentire il film totalmente suo, e poi è un formidabile intenditore di musica, quindi è difficile averla vinta su certe scelte!

Quelli erano anni in cui la musica elettronica continuava a offrire rilevanti stimoli sonori. I Kraftwerk e i Popol Vuh avevano detto la loro, c’erano ancora i Tangerine Dream, Klaus Schulze, Brian Eno, c’erano gruppi come gli Ultravox e i Japan che proponevano inedite contaminazioni tra rock ed elettronica, per non parlare dei Depeche Mode e del sempre “avanti” Peter Gabriel. Ero completamente catturato da tutti questi fermenti e il mio intento era quello di poter sperimentare qualcosa di nuovo e inusuale nel cinema italiano di quel periodo. Per questo film utilizzai il PPG, un sintetizzatore proveniente dalla Germania che produceva dei suoni delicati, cristallini, eterei che Carlo amava definire “campanellini”. Suoni presenti in buona parte della colonna sonora per sottolineare la purezza e l’ingenuità della giovanissima protagonista.

E poi in quel periodo c’era la discomusic italiana (tipo Gazebo, Gary Low, Savage, Den Harrow) che utilizzava l’inconfondibile Linn Drum, una batteria elettronica che sostituiva quella acustica rendendo la ritmica tremendamente più fredda e robotica. Nonostante tutto ero attirato questa sorta di “disumanizzazione” che – alla fine – non era altro che una coerente rivoluzione. Interesse che esibii con determinazione nei brani che sottolineano, per esempio le scene delle sfilate o dei servizi fotografici.

Gli Stadio (ero ancora parte del gruppo) eseguirono la canzone principale del film – che ottenne un ottimo successo – e la malinconica ballata C’è, di cui composi la musica. Il premio “Migliore colonna sonora” assegnato dai critici cinematografici fu la conferma che stavo percorrendo la strada giusta…